La quinta rivoluzione

Dopo un lungo silenzio ritorno per parlare di medioevo. Lo so che ad un primo impatto il medioevo può sembrare poco attinente con le tematiche del blog, tuttavia se avrete la pazienza di seguirmi fino in fondo, alla fine arriveremo a ragionare anche di digitale.

L’argomento di cui voglio parlare è come l’introduzione della carta abbia rivoluzionato profondamente due universi: quello letterario e quello editoriale.
Tutto il ragionamento che seguirà prende le mosse da un bellissimo saggio di Martín de Riquer, illustre filologo romanzo specialista di catalano e provenzale, intitolato Il romanzo in prosa e la diffusione della carta*.

Alcune premesse sul medioevo
Nel medioevo, come in molti sapranno, andavano per la maggiore due tipi di ambientazioni, rispettivamente denominate Matière de France e Matière de Bretagne. La materia di Francia, o Ciclo Carolingio, riguarda quelle storie che hanno per personaggi i cavalieri di Carlo Magno in lotta contro i mori (Orlando, Oliviero etc.), la materia di Bretagna, o Ciclo Arturiano, tratta invece delle storie e delle avventure di Re Artù e dei suoi cavalieri (Lancillotto, Galvano, Parsifal etc.) ed è proprio di quest’ultima categoria che si parlerà.

È importante precisare che tutta la prima parte di questo tipo di produzione letteraria è esclusivamente in forma metrica. La Chanson de Roland o i romanzi cortesi di Chrétien de Troyes sono scritti in versi, la prosa arriverà solo in un secondo momento.

Nel medioevo il materiale scrittorio per eccellenza era la pergamena. La pergamena è un materiale raffinatissimo ed estremamente costoso in quanto di derivazione animale. I fogli di pergamena infatti sono nientemeno che pelli di pecora/vitello/capra lavorate in maniera particolare da artigiani specializzati che in seguito ad una lunga lavorazione ottenevano una superficie adatta alla scrittura. Dal sacrificio di un animale si poteva ottenere al massimo un foglio 50×50, si capirà dunque quanto costoso poteva essere questo materiale, e di conseguenza il perché di una circolazione piuttosto limitata di libri in epoca medievale.
La carta, inventata in Cina e importata dagli arabi, cominciò a diffondersi solo nel XIII secolo. Fino alla diffusione della carta, materiale ben più economico della pergamena, i documenti di scarsa importanza, le minute, gli appunti, i conti etc. si redigevano su tavolette di legno ricoperte di cera e incise con uno stilo.

Così vicini ma così lontani
Il saggio di de Riquer pone a confronto due tipi di narrazione arturiana che, sebbene dal punto di vista temporale distino solo poche decine d’anni, dal punto di vista stilistico e ancor più narratologico rappresentano due epoche ben distinte.

Le due narrazioni sono, da un lato i romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, dall’altro un ciclo arturiano in prosa, pubblicato in età moderna per la prima volta da Oskar Sommer in sette volumi tra il 1909 e il 1913 con il titolo Vulgate Version of the Arthurian Romance.
I  romanzi di Chrétien sono in tutto cinque:

  • Érec et Énide (composto attorno al 1170)
  • Cligès (1176 circa)
  • Lancelot ou le chevalier de la charette (1175-1181, incompiuto, terminato da Godefroi de Leigni)
  • Yvain ou le chevalier au lion (1175/1181)
  • Le roman de Perceval ou le conte du Graal (1182-1190, incompiuto)

Tutte queste opere sono scritte in distici di octosyllabe (una specie di novenari italiani) in rima baciata, sono state prodotte indicativamente tra il 1160 e il 1190 e raccontano storie lineari incentrate su di un solo protagonista. Il Perceval, opera più lunga tra queste, conta 8.957 versi (250.796 caratteri tipografici), ma l’opera che possiamo prendere a modello medio è il Cligès di 6.664 versi (186.592 spazi).

La vulgata della materia arturiana si organizza invece in un complesso di cinque ampi racconti:

  • L’estoire del Saint Graal
  • L’estoire de Merlin
  • Le livre de Lancelot del Lac
  • La queste del Saint Graal
  • La mort le roi Artu

Quest’opera, la raccolta delle diverse questes dei cavalieri a noi pervenuta come anonima e datata attorno al 1225, era percepita, da un lettore del XIII secolo, come un racconto unitario nonostante la sua consistente lunghezza. Contando solo gli ultimi tre libri, l’edizione moderna consta infatti di 1988 pagine, ovvero 6.411.300 spazi tipografici.
Questo racconto ebbe una grande fortuna in epoca medievale e nei secoli XIII, XIV e XV venne letto assiduamente e tramandato, tanto che sono sopravvissuti fino ad oggi più di cinquanta manoscritti (un numero davvero cospicuo) che trascrivono completamente o in parte l’opera in oggetto.
Come è già stato detto, questi racconti sono in prosa e, stando agli studi filologici degli esperti (potete trovare tutti i dettagli nel saggio), gli ultimi tre libri sembrerebbero essere stati scritti verosimilmente dallo stesso autore. La narrazione infatti è costituita da una ineccepibile connessione di episodi che si intrecciano in maniera perfetta con un rigore cronologico praticamente infallibile. È poi possibile constatare che non si possono ritagliare parti autonome di storia, né eliminare degli episodi senza con ciò provocare incoerenze narrative più o meno gravi.
Questo è il primo esempio in assoluto di un’opera letteraria così ampia e intricata, fino a questo momento l’intera produzione letteraria si attestava attorno ai canoni incarnati dai romanzi di Chrétien.

Per riassumere, le principali differenze tra le due produzioni sono quindi:

  • la forma (una è poesia l’altra prosa)
  • la lunghezza (la prima 186.592 spazi, la seconda 6.411.300)
  • la struttura narrativa (la prima focalizza su di un solo protagonista e la narrazione è lineare, la seconda intreccia in continuazione avventure di personaggi diversi su piani cronologici differenti)

Motivi e conseguenze
A partire da queste sostanziali differenze risulta quasi spontaneo domandarsi quindi quale radicale cambiamento sia avvenuto in quel lasso di tempo che separa i romanzi di Chrétien de Troyes dalla Vulgata arturiana.

Il radicale cambiamento in questione è chiaramente la carta.
Se si pensa che si utilizzavano tavolette di legno ricoperte di cera per redigere la prima stesura di un romanzo, si comprende bene quanto gli strumenti possano limitare le forme e i contenuti: le tavolette sono ingombranti, il testo, per quanto si possa modificare, è difficilmente emendabile e la possibilità di inserire pezzi nuovi all’interno di brani già scritti è seriamente limitata. Con l’introduzione della carta si moltiplicano a dismisura le prospettive narrative e l’autore guadagna orizzonti infinitamente più ampi: ha finalmente la possibilità di cancellare, inserire, ritoccare, spostare, perfino buttare via.

Come conclude de Riquer, la diffusione della carta coincise con una nuova visione del mondo che impose anche la sostituzione della prosa al verso narrativo. Riporto poi, proprio come fa l’autore del saggio, una riflessione di Erich Köhler tratta da L’aventure chevaleresque (pp. 292-93):

Al posto dell’eroe individuale dei primi romanzi arturiani, al posto dei due eroi, attraverso il cui destino il poeta del Perceval coglie la totalità, appare ora una pluralità di cavalieri. Sotto la costrizione dell’evoluzione storica, l’avvenuta scoperta dell’individuo si allarga nella pluralità di individui di un mondo che il romanzo mirante alla totalità non può più dominare se non in prosa [...] La caratteristica tecnica di questo stile è innanzi tutto l’entrelacement, l’abbandono improvviso di un’azione per iniziarne un’altra [...] Per quanto riguarda la storia dello stile e della presa di coscienza, i grandi cicli in prosa rappresentano il livello più alto a cui sia giunto lo sforzo totalizzante dello “stato feudale”.

L’introduzione di un nuovo supporto ha quindi portato con sé un vero e proprio cambio di mentalità che ha mutato in maniera profonda sia l’atto dello scrivere, sia le possibilità narrative.

Ostilità
È curioso notare poi come la diffusione della carta fu pesantemente osteggiata per oltre due secoli. I primi libri copiati su carta che ci ci sono arrivati sono un breviario e un messale mozarabi dell’inizio del XII secolo. Nel 1100 quindi la carta aveva già cominciato a circolare, tuttavia nelle varie corti europee si riscontrano provvedimenti, a volte addirittura legislativi, che mirano a vietare o limitare l’uso della carta. Nel 1145 Ruggero II di Sicilia ordina che tutti i diplomi cartacei siano trascritti su pergamena e poi distrutti, nel 1222 Federico II fa copiare documenti del periodo tra il 1168 e il 1187 perché la carta su cui sono scritti comincia a deteriorarsi, e nelle Constitutiones regni Siciliae proibisce l’impiego della carta negli atti pubblici.

Tuttavia, nonostante l’aperta diffidenza, la carta si impose per il suo basso costo e per l’innegabile comodità di utilizzo. Tutto questo non vi ricorda qualcosa?

La quarta o la quinta rivoluzione?
Gino Roncaglia, nel suo imprescindibile La quarta rivoluzione, alla location 79 scrive così:

Se consideriamo il passaggio da oralità a scrittura come la prima, fondamentale rivoluzione nella storia dei supporti e delle forme di trasmissione della conoscenza, il passaggio dal volumen al codex, dalla forma-rotolo alla forma-libro, come una seconda tappa essenziale di questo cammino, e la rivoluzione gutenberghiana come suo terzo momento, si tratta della quarta rivoluzione che interessa il mondo della testualità.

In un’umile glossa a Roncaglia vorrei aggiungere che in questa trafila evolutiva dei supporti e delle tradizioni manca un gradino fondamentale che non solo ha rivoluzionato la letteratura in maniera intrinseca, ma ne ha mutato in modo radicale la sua diffusione e trasmissione. È innegabile che senza la carta l’invenzione della stampa non sarebbe stata possibile. La rivoluzione digitale passerebbe così a diventare non più la quarta, bensì la quinta rivoluzione.

La storia si ripete
Ritrovo molti punti in comune tra la storia dell’affermazione della carta e questo momento storico in cui i supporti e le interfacce di lettura stanno cambiando. In passato l’introduzione di un nuovo materiale ha comportato, grazie alla sue nuove potenzialità, un nuovo modo di scrivere storie; oggi il digitale, con la possibilità di multimedialità, ipertestualità, aggiornabilità, non fa forse lo stesso?

La carta ha favorito la nascita nientemeno che della prosa. Se si ripensa alla storia letteraria europea fino al XII secolo, a parte qualche caso isolato come il Satyricon di Petronio o alcune opere di Luciano di Samosata, non c’è niente che sia stato scritto se non in versi. I romanzi sono figli della carta e dei vantaggi che garantisce agli autori. L’introduzione di un nuovo supporto ha prodotto il genere che da ottocento anni a questa parte costituisce la gran parte della produzione letteraria.
Proprio come succede oggi al digitale, la carta in un primo momento ha ricevuto critiche e rifiuti, ma l’innegabile comodità ha avuto la meglio sul conservatorismo. Ci è facile immaginare cosa avrebbe scelto uno scrittore del XIII secolo per scrivere la propria opera tra tavolette di legno e carta, proprio come oggi non abbiamo dubbi tra carta e computer.
È quindi curioso constatare che, ottocento anni dopo, la carta sta forse avendo la sua vendetta, interpretando il ruolo della pergamena dei suoi giorni. Ma se l’esperienza insegna qualcosa, probabilmente la carta sa che la lotta è impari e che il suo destino, fatte le debite proporzioni, è già segnato. Per quanto difficilmente la carta subirà le sorti della pergamena, la sua importanza verrà certamente ridimensionata a favore di supporti più comodi ed economici. La storia si ripete.

_________________________________________________

*Il saggio, di cui consiglio la lettura integrale, è reperibile in A. Stussi, La critica del testo, Il Mulino, 1985, pp. 239-250; oppure in originale in Orbis mediaevalis. Mélanges de la langue et de litérature médiévales offerts à Reto Radoulf Bezzola à l’occasion de son quatre-vingtième anniversaire, Bern, Francke, 1978, pp. 343-51.

About these ads
Questa voce è stata pubblicata in editoria digitale, Opinioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a La quinta rivoluzione

  1. Grandissimo articolo! Complimenti!

  2. Dede Nancy ha detto:

    E’ un argomento molto interessante e affascinante.
    Grazie mille per averne trattato.

    Federico

  3. estuan ha detto:

    Io sono una digitalista convinta. E credo che la rivoluzione sia già in corso, probabilmente da quando esistono le e-mail.
    Però ho dei dubbi sul fatto che il digitale possa sostituire la carta al pari di quanto avvenuto con la pergamena: il mezzo mi sembra davvero molto complicato! Ogni testo digitale richiede sempre hardware e software, che non sempre sono disponibili. Ad esempio, i file che solo dieci anni fa avevo salvato su floppy oggi sono illegibili (i computer non hanno più il lettore); e i software degli anni ’90, già su cd luccicanti, non funzionano sui nuovi sistemi operativi.
    Certo, si potrebbe ovviare scrivendo file di puro testo, sequenze semplici di bit…ma molti dati andrebbero persi.
    Tu che ne pensi dell’invecchiamento digitale? Non è davvero troppo veloce?

  4. Abc ha detto:

    Articolo ovvio, prevedibile, e in ritardo di una decina d’anni almeno.

  5. la Clarina ha detto:

    Ci sarà stato qualcuno che sospirava sul bel profumo ovino della pergamena? :-)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...