Urge precisare che recensire libri non è mai stato nelle intenzioni di questo blog, questo post però farà eccezione in quanto riguarda la recensione di un libro autopubblicato. Quello che vorrei cercare di restituire non è quindi solamente la mia opinione rispetto ad un libro, quanto piuttosto l’analisi di un fenomeno più ampio.
Come segnalavo qualche giorno fa è da poco uscito L’apprendista libraio – il romanzo, ebook autopubblicato da Stefano Amato, autore del blog L’apprendista libraio.
Il giorno stesso in cui è uscito ho scaricato l’estratto gratuito da Amazon, anteprima che rappresenta circa il 10% dell’intero libro. Una volta conclusa la lettura delle prime pagine ho deciso di comprare l’ebook nonostante l’inizio non mi fosse piaciuto per niente, l’ho fatto per interesse professionale, per studiare un po’ il fenomeno del selfpublishing e poterne parlare con cognizione di causa. A lettura finita posso confermare la mia prima impressione: il libro non mi è affatto piaciuto, ma soprattutto ha confermato alcune grande riserve che nutro nei confronti dell’autopubblicazione. La più grande di queste è che il fai-da-te, in un ambito che comprende molti tipi di competenze, difficilmente produce risultati accettabili, la seconda è che il selfpublishing finirà per significare il dilagare di prose autobiografiche banali e noiosissime.
Cominciamo dagli aspetti tecnici. L’ebook è fatto male. Per pigrizia ho comprato il libro direttamente dal Kindle e non ho quindi aperto il file, ma basta guardare la prima schermata per accorgersi immediatamente di almeno due cose:
- Nella scansione in capitoli qualcosa è andato storto
- La paragrafazione fa pena
Ma analizziamo puntualmente i problemi. Nella parte inferiore dello schermo del Kindle, quando si legge un libro, compare una barra che segnala la suddivisione in capitoli. Questa barra è trasparente e i capitoli sono rappresentati da dei puntini neri e, di norma detti puntini, sono distanziati tra loro. Ebbene, la barra per il libro in questione è quasi completamente nera a causa dell’affastellamento di puntini. Questo effetto mi era già capitato di vederlo in libri molto lunghi (il manuale Apogeo di Lion ad esempio, o l’ebook contenente TUTTA la saga di Martin), ho pensato che anche questo libro fosse una specie di saga dei librai, ma controllando il numero di location ho verificato che sono solamente 2805, numero davvero esiguo per giustificare una barra così affollata. Il problema è che nella barra non figurano solamente i capitoli, ma anche i sottocapitoli: ognuno dei sette capitoli è infatti suddiviso in sottocapitoli numerati (alcuni arrivano anche a 26 sottospecificazioni). Attivando collegamenti per ogni suddivisione si arrivano ad avere 122 capitoli, alcuni lunghi un paio di righe, soluzione che certo non facilita la consultazione dell’ebook visto che, rendendo la navigazione impraticabile, viene praticamente vanificata l’utilità stessa di creare un indice.
Passiamo al secondo punto. Domenica a cena ho mostrato una pagina a caso del libro ad un mio amico, il quale ha commentato: “Ma è un libro di aforismi?”. Come dargli torto? Il problema infatti è che ogni volta che il testo va a capo si interpone una riga vuota tra i due paragrafi, restituendo così un testo fatto di “aforismi”. Può certamente capitare che si decida di aggiungere una riga vuota tra un paragrafo e l’altro, ma non mi sembra proprio il caso di questo testo, visto che si saltano righe anche nei dialoghi e in generale ogniqualvolta si sia cliccato invio su Word.
Dal punto di vista formale mi sento quindi di affermare che l’ebook sia scadente. Senza esperienza, e soprattutto senza determinate conoscenze di programmi e linguaggi è difficile creare un ebook ben fatto, in ogni caso trovo irrispettoso nei confronti del lettore vendere prodotti scadenti e mal costruiti. L’autore che vuole autopubblicarsi, se vuole fare le cose per bene, dovrebbe sempre arrivare al punto di decidere tra due strade: studiare e imparare come si scrive e si crea un un buon epub (è pieno di guide online, ma se volete andare sul sicuro leggete il manuale Apogeo), oppure rivolgersi ad un professionista che lo faccia per lui. L’autopubblicazione in sé è un fenomeno che instilla naturale sospetto nei confronti di un lettore pagante, bisognerebbe quindi cercare di risultare il più professionali possibile al fine di fugare i dubbi e la scarsa confidenza dei potenziali lettori (a questo proposito consiglio con vigore la lettura di uno degli ultimi articoli del Duca di Baionette, che tratta proprio di come dovrebbe e potrebbe funzionare il mondo dell’autopubblicazione virtuosa).
Veniamo invece adesso alla parte relativa ai contenuti. Non nascondo che affrontare una simile analisi un po’ mi spaventi. È chiaro che quanto dirò rappresenta la mia opinione personale che si rifà al mio gusto letterario, ma ciononostante cercherò di argomentare ogni mia posizione.
Iniziamo col dire cosa mi aspettavo da questo libro. Credevo fosse una versione romanzata del blog, mi immaginavo una serie di scenette da libreria, una serie di dialoghi surreali tra cliente e commesso. Ebbene, niente di più lontano dalla verità (è doveroso specificare che comunque quello che mi aspettavo si basava esclusivamente sulle delle mie idee, non sono certo stata raggirata).
Il libro invece racconta la vita sentimentale di Santo D’Amico. Santo vive a Siracusa e lavora part-time come commesso di una libreria per un totale di 13 ore a settimana, un lavoro che lo sfibra e lo annichilisce, come non manca di ricordarci in quasi ogni pagina.
Le vicende narrate nel libro si svolgono lungo un arco di cinque anni, iniziano con l’assunzione di Santo presso la libreria e si concludono nel momento in cui, dopo cinque anni appunto, Santo decide di far valere i propri diritti e farsi pagare tredicesima e straordinari.
Ma veniamo all’analisi. Cercherò di procedere puntualmente, trattando separatamente ogni aspetto che ritengo meritevole d’attenzione.
IN GENERALE Tutte le cose che succedono nel libro sono raccontate in maniera estremamente generale. Quasi mai sono presenti dettagli, raramente ci si sofferma su qualche particolare. Le cose scorrono una dietro l’altra, tutte con la stessa superficiale importanza. Passano cinque anni, ma stando a quello che succede nel libro e al dettaglio con cui le cose sono raccontate potrebbero essere passati sei mesi. Il libro arriva ad essere un elenco di ragazze che Santo si porta a letto, senza che nessuna di queste storie abbia una reale importanza né psicologica né a livello di trama. Si ha l’impressione di assistere ad una serie di fatti personali molto noiosi.
EVOLUZIONE Conseguenza del punto precedente è quindi che in tutto il libro è completamente assente anche il minimo accenno ad una qualche evoluzione del personaggio. All’inizio e alla fine del libro il personaggio è lo stesso, l’unica differenza è che al termine del romanzo il protagonista percepisce la tredicesima. Questo effettivamente potrebbe essere visto come un dettaglio di evoluzione psicologica, il punto è che la decisione di Santo di parlare col titolare e rivendicare i propri diritti non è la conseguenza di un percorso o di qualche avvenimento sintomatico, è semplicemente una decisione presa di punto in bianco che il personaggio avrebbe potuto prendere in qualsiasi punto del libro.
Il risultato è che il protagonista risulta vuoto, e tutto sommato privo di conflitto, perché per quanto si ripeta con insistenza quanto Santo odi il proprio lavoro, in realtà nemmeno una volta il personaggio agisce come se dovesse risolvere qualche situazione.
L’ODIO Santo D’Amico odia il suo lavoro e il motivo è presto detto: Santo non sopporta i clienti della libreria, i quali sono tutti (nessuno escluso eh) dei minus habentes, stupidi acquirenti di best-seller, ignoranti, vuoti, superficiali, e che frequentano la libreria con la sola finalità di recar noia al libraio. Ma il loro difetto più insopportabile è quello di non acquistare mai nemmeno un libro di Philip Roth, cosa che Santo sembra prendere molto sul personale. In ogni caso, per quanto Santo non faccia che ribadire ad ogni occasione quanto le persone siano grette e meschine, la ferinità dei clienti non è mostrata in nemmeno un’occasione. Santo ripete ossessivamente quanto le persone siano orribili e quanto sia straziante stare a contatto con la gente in una libreria, tuttavia nemmeno una volta viene presentato un esempio che espliciti i fatti. Ammetto di aver provato un po’ di pena per questi poveri clienti presi di continuo e, in fin dei conti, ingiustamente a male parole. Riporto uno stralcio tratto dalla fine del libro:
“Mancavano dieci minuti all’apertura. Davanti alla porta uno dei soliti lavativi controllava, con le mani a coppa sul vetro, che dentro non ci fosse qualcuno. Nonostante fosse tutto buio provò perfino a girare la maniglia. Il pensiero che mi stessi liberando di gente del genere mi diede nuova energia.”
Questo è solo uno dei mille esempi. Tra l’altro, in che senso quel cliente è uno dei soliti lavativi? Dal Dizionario Sabatini Coletti risulta: lavativo 2 fig. (f. -va) Persona che non vuole lavorare o faticare, definizione che si adatta molto meglio al nostro Santo, che a più riprese ammette di avere in odio il dover lavorare e preferirebbe di gran lunga non fare niente, che al nostro solerte cliente.
Insomma, si professa di continuo un odio che non trova mai giustificazione e questo finisce per infastidire non poco.
PHILIP ROTH Philip Roth è lo scrittore preferito del protagonista, ciò lo si intuisce dal fatto che all’interno del libro questa preferenza venga professata circa due volte a capitolo. Si dà il caso che Philip Roth sia anche uno dei miei autori preferiti e che quindi lo conosca piuttosto bene. Ad ogni modo verso la metà del libro, ormai alla decima citazione di Roth, sono stata colta da un’epifania: quel libro, L’apprendista libraio, prende a modello i romanzi di Philip Roth. Tutte quelle ragazze, tutto quel sesso a caso, sì, decisamente Philip Roth. Ma fatto male.
Il problema è che se Roth non fosse stato citato fino alla nausea a me non sarebbe mai e poi mai venuto in mente, e questo perché tra il Lamento di Portnoy e il libraio D’Amico c’è lo stesso rapporto che intercorre tra Le relazioni pericolose e Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire. Il sesso in Roth è funzionale a veicolare profonde riflessioni, a esemplificare comportamenti antropologici, a divertire, a raccontare come pensa e soprattutto senta l’uomo. Nel libro in questione il sesso è solamente sesso. Un tipo che si fa delle tipe, per dirla come i giovani d’oggi. Roth inoltre entra nei dettagli, descrive particolari scabrosi e non si vergogna di niente, il libraio invece non descrive nemmeno una scena. Nemmeno una.
REPETITA IUVANT Come si sarà capito da tutti gli altri punti un grave difetto del romanzo è l’eccessiva ripetitività. Vengono dette poche cose, ma quelle vengono ripetute fino alla nausea. Al primo posto c’è ovviamente l’odio per i clienti e per la gente in generale, ma in seconda battuta troviamo l’incredulità di piacere a ragazze così perfette o il maledirsi per cacciarsi sempre in situazioni così complicate. Poi c’è Philip Roth ovviamente e il non aver voglia di lavorare.
APPRENDISTA LIBRAIO Purtroppo la libreria ha pochissimo spazio all’interno del romanzo. Il protagonista potrebbe essere benissimo un apprendista lattaio ed odiare i suoi clienti bevitori di latte ed il romanzo non cambierebbe di una virgola. Questo mi è dispiaciuto, perché il motivo per cui seguo il blog di Stefano Amato è proprio il fatto che i suoi dialoghi surreali si svolgano in una libreria. Mi sono quindi sentita un po’ imbrogliata, speravo che l’essere un libraio avesse almeno un minimo di centralità nella storia. Non avrei mai comprato un libro intitolato L’apprendista lattaio – il romanzo.
L’idea generale che mi sono fatta di questo romanzo è che sia profondamente immaturo sia nello stile che nei contenuti. La storia è banale e noiosa e lo stile inesistente, insomma si scrive in italiano (quasi sempre) corretto, ma niente di più.
Il mio timore è che l’universo del self-publishing si popolerà (ma forse è già popolato) di opere autobiografiche scritte con solo intento narcisistico e prive di contenuti che vadano oltre l’evenemenzialità quotidiana. Insomma, le nostre vite sono belle, ci piace viverle, ma sono veramente degne di essere raccontate in un libro, sono davvero così interessanti agli occhi di un pubblico di estranei?
Purtroppo questo libro non ha fatto che confermare tutti i dubbi che nutro nei confronti dell’autopubblicazione. Insomma, dopo la lettura di un libro del genere, cosa dovrebbe spingermi a provare altri autori autopubblicati? Perché decidere di spendere i miei soldi correndo il rischio di comprare ebook fatti male?
Difficilmente ricomprerò a breve un libro di un autore self-published, e dire che avevo intrapreso la lettura di questo libro piena di belle speranze e buoni propositi.