Kobo Glo – tiepide emozioni

L’avevo promesso mesi fa ed eccomi qui. Questa non sarà una recensione tecnica, in giro ne è pieno, ma sarà una recensione personalissima e sentimentale.

Il Kobo Glo è arrivato a casa mia una sera di novembre direttamente da Mondadori, che me l’ha mandato in conto-visione, o un nome simile, che significa che te lo lascia qualche giorno e poi se lo viene a riprendere per riportarselo a Milano per sempre. La mia esperienza quindi non è di utilizzo prolungato, ma un mordi e fuggi: un rapporto consumato male e in fretta, e forse proprio da queste premesse deriva il mio scarso entusiasmo.

Esperienza estetica
Il Kobo Glo è carino, ha un retro simil-trapuntato che avrei voluto morbido, ma che in realtà è solo un’illusione ottica. Ma quello che salta subito all’occhio (almeno al mio) sono le dimensioni ridottissime. Io sono abituata al mio Kindle3 con tastiera fisica che è effettivamente grandino, il Kobo è davvero piccolo. Vedere per credere.

KoboGlo

Il libro di confronto è un normale Einaudi dalle dimensioni standard, il Kobo quindi occupa sensibilmente meno superficie di un normalissimo libro.
In generale è un bell’oggetto da vedere e da tenere in mano.

Esperienza social
Ecco, il Kobo punta molto su questo lato social della lettura, aspetto di cui, non me ne voglia nessuno, non me ne frega assolutamente niente. Anzi, mi infastidisce quasi. Non voglio che il mio device sia collegato in nessun modo ad un profilo di qualsiasi genere che non sia quello che serve per far funzionare il dispositivo stesso. Non mi interessa pubblicare brani dei libri che sto leggendo sulla mia timeline, né tantomeno mi interessa qualcosa di guadagnare “premi”di lettura per i traguardi realizzati. Io voglio leggere. Punto.
L’aspetto social servirebbe anche per poter discutere, è vero, però se voglio discutere lo faccio tranquillamente al di fuori tramite blog, social network o persone in carne ed ossa. La mia esperienza di lettura su carta e digitale è esattamente la stessa, è un’esperienza chiusa e ben delimitata dai margini delle pagine. Una volta che si chiude il libro o si spegne l’e-reader può cominciare la discussione, ma la cesura deve essere netta.
A causa di questa visione delle cose non posso quindi esprimere un giudizio ponderato sulle funzionalità social del Kobo, che comunque sembrano essere ben più implementate di quelle del Kindle.

Esperienza di lettura
Nonostante il poco tempo a disposizione, sono comunque riuscita a leggere due libri sul Kobo e posso quindi parlare anche dell’aspetto più importante.
La leggibilità è ottima e lo sfondo chiaro (più chiaro del mio Kindle) contribuisce molto alla facilità di lettura. Il vero dramma è il touch.
Gli e-reader touch sono un concetto sbagliato. L’ho detto. I due bei bottoni laterali del Kindle che girano le pagine solo a seguito di una decisa e premeditata pressione sono tutto quello che serve. Con il touch sono più le pagine girate accidentalmente che quelle girate al momento giusto.
Ovviamente questo non è un problema del Kobo, è un problema di tutti i lettori che sfruttano la tecnologia touchscreen, ma tant’è.
La mia esperienza di lettura è stata pesantemente compromessa dalle interruzioni accidentali date dallo sfioramento dello schermo e devo ammettere che è piuttosto irritante.

Esperienza di lettura Glo
Ovviamente la funzionalità che più mi premeva di testare era la lettura al buio. A prima vista il poter leggere da uno schermo che si illumina da solo sembra la trovata del secolo, poi quando ci rifletti un paio di minuti ti rendi conto che le volte in cui volevi leggere nel buio pesto e non avevi una luce a disposizione sono state forse due nella tua vita, o forse anche nessuna.
La verità è che l’intensità dell’illuminazione dello schermo è praticamente la stessa di quella di una lampadina da comodino: la speranza di non disturbare compagni di letto fotosensibili è quindi del tutto vana.
Lo schermo si illumina ed è possibile leggere tranquillamente per qualche minuto, ma la lettura è comunque più stancante rispetto a quella eseguita abitualmente, se si aggiunge poi che in teoria la funzione Glo si usa soprattutto la sera, quando si è più stanchi, conviene davvero accendersi la luce e basta.

Insomma, a parte la maggior nitidezza e lo sfondo più chiaro, il mio Kindle 3, ormai vintage, continua a piacermi di più, con i suoi due bottoni laterali per scorrere le pagine e con nessuna funzionalità oltre quelle di storage e lettura.
Ovviamente esistono molte altre questioni da tenere in considerazione, questioni che prescindono l’hardware e di cui ho parlato qui, ma ciononostante ho restituito il Kobo senza rimpianti e sono tornata a leggere sul mio vecchio Kindle semi-analogico.

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Risorgimento

Il mio gerbillo Banana alle prese con la letteratura spagnola.

Il mio gerbillo Banana alle prese con la letteratura spagnola.

Leopardianamente ritorno alla scrittura.
Il blog ha taciuto per molti mesi, complici vicende private e accademiche, ma adesso vorrei tornare a scrivere con una certa costanza. Nei lunghi mesi di silenzio ho letto pochissimo, sia in digitale che in cartaceo, e devo ammettere che mi sono tenuta anche poco informata rispetto alle novità del mondo dell’editoria digitale.
Diciamo che ho avuto bisogno di prendermi un po’ di tempo di pausa perché le trite tematiche del cartaceo vs digitale mi avevano un po’ nauseato.

Ma adesso torno sul pezzo, e vista la disinformazione degli ultimi mesi forse dirò qualcosa che è già stato detto mille volte (mi stupirei del contrario), ma sono mesi che sento l’urgenza di esternare questa considerazione.
Il dubbio che mi affligge è:

Chi cavolo è che si è inventato il nome inMondadori?
Ma soprattutto, chi cavolo è che ha approvato un nome simile?

Figure simili (ma di maggior portata, beninteso) hanno contraddistinto anche Microsoft in tempi recenti, con il lancio dell’applicazione Inkulator. Mondadori non ha passato il segno in questo modo, ma davvero mi risulta difficile credere che nessuno si sia accorto che inMondadori e immondo sono praticamente la stessa parola. Mah…

Facezie a parte, non mi sono dimenticata di aver promesso una recensione del KoboGlo, come comunico anche di aver letto il nuovo pamphlet di eFFe, e probabilmente di volerne parlare presto o tardi. A prestissimo!

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Kobo Glo – Coming Soon

È appena arrivato. Lo uso un po’ e tra qualche giorno vi dico che ne penso.

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Perché non comprerei più un Kindle

Sono ormai quasi due anni che leggo in digitale e sono quindi passati quasi due anni dal momento in cui ho cominciato a raccogliere notizie ed opinioni sui vari e-reader presenti sul mercato. Due anni fa ho deciso di comprare un Kindle, oggi, alla luce di molte letture e discussioni vi spiego perché se domani dovessi comprare un nuovo e-reader non comprerei più il lettore di Amazon.

Il Kindle è un e-reader straordinario. È economico e al contempo è indubitabilmente un oggetto di grande qualità. Però. Però è un device proprietario.
Lo so che il Kindle è un lettore proprietario oggi come lo era due anni fa, e che in sostanza nulla è cambiato. Tuttavia io due anni fa non avevo tenuto in debita considerazione questo aspetto e credo che alcune riflessioni in merito possano servire a chi si trovasse in dubbio a proposito dell’acquisto di un nuovo e-reader.

Quello che mi interessava due anni fa era poter leggere in digitale come su carta: con la stessa visibilità e lo stesso sforzo per gli occhi. E basta. Quello che non tenevo in considerazione è che, nel momento in cui si passa a leggere ebook, sorgono problematiche nuove, totalmente assenti nel mondo dei libri di carta. Sembra scontato, forse oggi questo è chiaro a tutti, ma due anni fa a me non era per niente chiaro e l’unico aspetto che mi sembrava rilevante tenere in considerazione era che lo schermo non fosse retroilluminato e che si potesse leggere per ore senza stancarsi, come succede con la carta.

Sul mercato oggi esistono tanti dispositivi, tutti più o meno buoni e che permettono un’ottima lettura rilassante. La mia principale preoccupazione di due anni fa quindi oggi non ha praticamente ragione di esistere. Quali sono quindi gli aspetti che invece fanno la differenza per davvero (oggi come due anni fa)?

Il formato. Come il formato standard per la musica è l’mp3, così il formato standard per gli ebook è l’epub. Il problema è che il Kindle non legge gli epub. I formati ebook che si possono leggere sul Kindle sono mobi e azw.
Assieme al problema del formato viene poi il problema dei DRM e delle protezioni in generale. Generalmente gli ebook delle grandi case editrici italiane sono in formato epub e sono protetti da DRM, un lucchetto Adobe che comporta una lunga serie di limitazioni. Mentre è possibile convertire un epub privo di DRM piuttosto facilmente, per convertire un epub protetto la conversione è più complicata, e soprattutto comporta un procedimento illegale. Quindi, comprando legalmente un ebook su un qualsiasi store online, per poi poterlo leggere sul proprio Kindle, è necessario commettere un atto illegale.
Esiste però anche il problema opposto, e cioè che tutti i libri comprati sullo store Amazon sono in formato azw, formato proprietario ed incompatibile con qualsiasi lettore che non sia Kindle. Pertanto tutti i libri comprati legalmente su Amazon non possono essere letti legalmente su altri e-reader (si può utilizzare l’applicazione Kindle su device Apple o Android, ma qui parlo strettamente di e-reader).

Per chiarire dove stiano i problemi nella pratica, faccio alcuni esempi che spero aiutino a trasmettere le mie perplessità:

- Se compro un ebook in un qualsiasi store diverso da Amazon non potrò leggere quell’ebook legalmente acquistato sul mio Kindle senza prima convertirlo tramite un programma specifico.
- Se compro un ebook protetto da DRM su un qualsiasi store diverso da Amazon, non posso, per legge, leggerlo sul mio Kindle. Posso, in maniera illegale, rimuovere la protezione, convertire il file per poi trasferirlo sul Kindle. In pratica sono equiparato ad un pirata che scarica illegalmente, nonostante io abbia acquistato e pagato il mio libro.
- Se compro un ebook su Amazon si verifica la stessa situazione del punto precedente, ma al contrario. In questo modo se un giorno cambierò il mio lettore di ebook e ne comprerò uno non Amazon tutti i miei ebook legalmente acquistati saranno perduti. Potranno essere letti sull’Amazon Cloud o tramite l’app Android o Apple, ma ciò non toglie che non potranno essere trasferiti su un device di un altro marchio e sarà come non averli mai comprati (c’è sempre la via illegale della conversione, ma insomma, quei libri li ho comprati!).
- Esistono libri che non hanno i DRM. Esistono infatti case editrici, come Minimum Fax, Newton Compton, ISBN etc., che non mettono lucchetti sui propri libri che quindi possono essere tranquillamente convertiti. Tuttavia quegli stessi ebook che non hanno protezioni, se comprati sullo store Amazon vengono venduti in formato azw che, per sua natura, porta con sé un lucchetto proprietario. Ciò significa che in teoria, per preservare al massimo i propri diritti di lettore, bisognerebbe fare attenzione e comprare i libri senza protezioni su store diversi da Amazon. Possibilissimo e attuabilissimo, ma anche un’inutile complicazione.
- I prestiti bibliotecari. Non ne ho mai usufruito, ma credo che un Kindle rappresenterebbe solo un problema in un simile contesto, a meno che non si stringessero speciali accordi con Amazon. Un servizio come MLOL credo (accolgo ogni tipo di smentita) sia incompatibile con il Kindle dal momento che i libri prestabili sono in formato epub (con e senza DRM) e quindi illeggibili su Kindle.

Insomma, questi sono solo alcuni aspetti che ritengo sia necessario tenere in considerazione al momento dell’acquisto di un e-reader. Come dicevo, sono tutte problematiche per niente nuove e che avrei dovuto tenere in considerazione anche io due anni fa, tuttavia in mia difesa dico che due anni fa gli store di ebook in Italia erano pochi e mal forniti, le case editrici italiane hanno cominciato a produrre seriamente ebook solo un anno dopo il mio acquisto e dunque Amazon.com era comunque una scelta quasi obbligata per l’acquisto dei miei libri.

Nel blog sono presenti molti post di lodi del Kindle, non li rinnego affatto, ribadisco la mia piena convinzione in merito alla qualità del prodotto, mi sembra però corretto lasciare spazio anche a riflessioni che prescindono dalla qualità favorendo invece i così detti “diritti del lettore”. Per quanto si continui a dire che comprando un ebook si acquista solamente il diritto ad accedere al prodotto e non il suo possesso, io fatico ancora ad attenermi a questa prospettiva e quando compro un libro, di carta o di bit, lo faccio per averlo e non per poterci accedere. In quest’ottica ribadisco il fatto che la prossima volta che comprerò un e-reader non sarà certamente un Kindle.

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Amazon censura una casa editrice e ne blocca il profilo

Voglio segnalare questo articolo di Quintadicopertina.

Credo sia doveroso prestare attenzione a questo tipo di dinamiche che si verificano, quantomeno per stabilire dei comportamenti di acquisto etici.
È vero che io ho un Kindle comprato su Amazon, tuttavia se oggi dovessi comprarmi un e-reader, alla luce delle esperienze che ho fatto, e soprattutto delle informazioni che ho raccolto, molto probabilmente mi orienterei verso una scelta differente. Ho comprato un Kindle quando in Italia eravamo in dodici a leggere ebook e il Kindle era, a quel tempo, la scelta migliore, se non quasi l’unica.

Per quanto riguarda gli ebook invece, non ne ho mai comprati direttamente su Amazon (escludendo quelli gratuiti e i sample). Quando possibile cerco di acquistarli direttamente dall’autore o dalla casa editrice, e in caso non fosse possibile, acquisto su store italiani.

Invito tutti i lettori a leggere cosa è successo a Quintadicopertina, casa editrice digitale che pubblica anche cose in Creative Commons, e a riflettere in merito alle abitudini di acquisto. Perché noi valiamo.

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L’inconfondibile tristezza della torta al limone

Era da tanto che non mi capitava di leggere un libro che mi piacesse così tanto, per questo ho deciso di scriverne. Probabilmente le ragioni di un periodo così lungo di letture non troppo entusiasmanti è da imputare esclusivamente a me stessa, ho riletto libri che avevo già letto, ho letto Hunger Games per vedere l’effetto che fa, ho intrapreso missioni suicide che consistevano nella completa e ostinata lettura di serie svedesi squallide e mal scritte, quindi ritrovare un libro così delicato è stata, se possibile, un’esperienza ancora più profonda.

La prima volta che sono venuta in contatto con L’inconfondibile tristezza della torta al limone è stato più o meno un anno fa. Ricordo di aver letto per caso la trama aprendo pagine a casaccio su Book Republic.

Alla vigilia del suo nono compleanno, la timida Rose Edelstein scopre improvvisamente di avere uno strano dono: ogni volta che mangia qualcosa, il sapore che sente è quello delle emozioni provate da chi l’ha preparato, mentre lo preparava. I dolci della pasticceria dietro casa hanno un retrogusto di rabbia, il cibo della mensa scolastica sa di noia e frustrazione; ma il peggio è che le torte preparate da sua madre, una donna allegra ed energica, acquistano prima un terrificante sapore di angoscia e disperazione, e poi di senso di colpa. Rose si troverà così costretta a confrontarsi con la vita segreta della sua famiglia apparentemente normale, e con il passare degli anni scoprirà che anche il padre e il fratello – e forse, in fondo, ciascuno di noi – hanno doni misteriosi con cui affrontare il mondo. Mescolando il realismo psicologico e la fiaba, la scrittura sensuale di Aimee Bender torna a regalarci una storia appassionante sulle sfide che ogni giorno ci pone il rapporto con le persone che amiamo.

Queste poche righe mi impressionarono molto e decisi che avrei dovuto assolutamente leggere quel libro. Il bisogno però ha aspettato più o meno un anno a rendersi davvero urgente, e la settimana scorsa, senza un reale motivo scatenante, ho dovuto procurarmi il libro a tutti i costi. Sono stata indecisa tra carta e digitale per qualche minuto, la carta mi attirava molto: i libri Minimum Fax sono innegabilmente belli da vedere, ma poi la pigrizia e la fretta mi hanno fatto comprare l’ebook rimanendo seduta sul posto.

Non voglio recensire il libro, lo sminuirei di sicuro, anche perché credo che quello che conti non siano tanto le parole che si possono spendere a proposito di questa storia, ma la personale esperienza di lettura che ciascuno può portare avanti: lentamente, centellinando un capitoletto per volta, seguendo il pacatissimo ritmo degli eventi, oppure ingozzandosi, come ho fatto io, ingurgitando i diversi anni che comprendono la narrazione in un solo bulimico boccone.

Questo è un consiglio spassionato, per un libro in cui sembra non succedere niente, ma che alla fine ti restituisce ad una realtà un po’ diversa da quella che avevi lasciato prima di intraprendere la lettura, concedendoti licenza di prendere e vivere la vita come meglio credi, anche a costo della più grave stranezza.
Come ulteriore assicurazione vi dico solo che appena finita la Torta al limone, ho subito cominciato Un segno invisibile e mio, sempre della stessa autrice, e per ora parrebbe non deludere affatto (non vorrei sbilanciarmi troppo, ma potrebbe addirittura essere più bello).

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Critica letteraria, accademia vs internet

In questo post vorrei rispondere ad un articolo pubblicato su Critica Letteraria da Gloria Ghioni. L’articolo in questione si intitola “CriticaLibera – La critica annega nella troppa democrazia”.
L’articolo sostiene che la presente situazione, quella cioè in cui chiunque è libero di esprimere la propria opinione in merito a opere letterarie, sia da rifuggire. Si dice che per fare critica si debba conoscere tutta la storia della letteratura, aggiornarsi continuamente sulle ultime uscite, conoscere i candidati dei premi letterari e leggerne le opere (anche senza trovarci nessun gusto), studiare la critica accademica, seguire i giornali e le discussioni online.
Sembra quindi che, secondo l’autrice dell’articolo, senza seguire tutte queste pratiche, non ci si potrà mai azzardare a scrivere una recensione di nessun genere.
Non potrei essere meno d’accordo.

Trovo una simile visione delle cose la piena incarnazione dell’accademismo elitario che tanto spopola nelle facoltà umanistiche, lo stesso accademismo elitario e snob che non fa altro che isolare l’ambiente universitario rendendolo totalmente anacronistico (e piuttosto ridicolo). Parlo di questi argomenti, e di queste realtà, con cognizione di causa perché è da simili ambienti che io stessa provengo. Sono cresciuta a pane e Contini e salame e Leo Spitzer.

La facoltà di critica è per sua natura appannaggio di chiunque (dobbiamo proprio citare Kant?), e non vedo come si possa stabilire a priori se un giudizio sia valido o meno semplicemente in base a delle supposte credenziali.
Inoltre non credo che per dare giudizi validi sia necessaria una cultura letteraria sconfinata. Certamente più si è letto e maggiormente si saprà rapportare la propria opinione con altre realtà, ma penso anche che un giudizio possa essere validissimo senza un diploma di laurea.

Credo poi che se per un PhD in filologia certe recensioni possono far accapponare la pelle, per altre persone meno blasonate, invece, certe recensioni a più basso livello possano portare solo benefici consentendo anche a chi non ha letto Contini di partecipare ad una pratica importante come quella della critica e più generalmente della condivisione e discussione delle opinioni.
Certamente esiste un pubblico a cui non interessa se un libro “ha fatto piangere” o ha “smosso emozioni incontenibili”, ma di sicuro ci sarà qualcuno che cerca commenti che diano questo tipo di informazioni, perché non tutti leggiamo le stesse cose e non tutti leggiamo allo stesso livello.

Penso che dall’alto della turris eburnea bisognerebbe guardare a quello che è oggi, per davvero, la realtà letteraria, cominciare a considerare che leggere non è solo una pratica da intellettuale, ma è anche, e soprattutto, “semplice” intrattenimento. Bisogna incoraggiare il dibattito, a qualsiasi livello, non stroncarlo perché privo di basi teoriche filologiche e retoriche.

Ciascuno, a partire dalle proprie conoscenze e basi culturali, può poi riconoscere se un’opinione sia valida e condivisibile o meno, può discuterne o decidere che non ne vale la pena, ma non credo che indignarsi sia l’atteggiamento più costruttivo. Se una recensione sentimentale, soggettiva e parziale riceve centinaia di commenti entusiastici significa che l’opinione esposta trova largo consenso nei lettori, e in che modo possiamo discreditare la validità di un simile successo?
Internet fornisce a chiunque la possibilità di esprimere un’opinione, sta all’intelligenza e al giudizio degli utenti stabilire poi se qualcosa sia meritevole o meno, e se una recensione scritta di pancia ha più successo di un documentato articolo di critica questo non dovrebbe farci pensare?

Riconosco certamente che il giudizio di qualcuno che ha studiato sia in potenza migliore di quello di chi non ha studiato, tuttavia rimane il fatto che, la maggior parte delle volte, il giudizio di chi ha studiato è così noioso ed espresso tramite un linguaggio talmente altisonante e borioso che non mi sorprende lo scarso successo della critica militante rispetto alle recensioni da scuole medie.
Quello di cui c’è bisogno non è quindi screditare dall’alto le recensioni e le opinioni di chi non avrebbe le credenziali per parlare, ma cercare di trovare un nuovo linguaggio e delle nuove forme per dialogare anche con chi non ha letto Auerbach e non segue Berardinelli. Quello che si deve fare è guadagnare credibilità anche presso chi non parla la nostra stessa lingua e non condivide il nostro background culturale. Sono i critici che devono cercare il sigillo di garanzia da parte dei lettori, non il contrario.

Un altro punto su cui mi preme soffermarmi è questo:

[…] Sono anche gli intrepidi Segre in erba, quelli che dedicano paginate di A4 a recensioni illeggibili di libri fantasy usando le stesse categorie critiche che meriterebbe Dostoevskij, con aggettivi pateticamente roboanti e proclamazioni di qualità irripetibile.

Trovo che siano proprio considerazioni di questo tipo a limitare l’approccio accademico rendendolo anacronistico e razzista. Dietro a quelle parole si cela una miopia ed un’altezzosità che possono essere solo controproducenti.
Da dove viene la convinzione che le categorie critiche meritate da Dostoevskij non si possano applicare al fantasy? La letteratura definita “di genere” è meno meritevole di ricevere critiche e recensioni?
Invito chiunque voglia convincersi del contrario a consultare il blog Gamberi Fantasy in cui sono contenuti veri e propri saggi di critica letteraria, a volte ben più circostanziati e documentati nell’impianto teorico rispetto a tanti articoli dell’accademia che mi è capitato di leggere.
Io non sono un’appassionata di fantasy e nella mia vita ne ho letto ben poco, ma seguo questo blog da tanti anni, anche se non sempre mi trovo d’accordo con tutte le idee esposte, proprio per il livello della discussione letteraria, sebbene l’autrice non abbia compiuto studi accademici di filologia e critica, e anzi, abbia cominciato a scrivere da giovanissima.

Credo che a livello accademico sia necessario un tonificante bagno di umiltà e realtà che faccia prendere coscienza del fatto che è un bene se oggi possono parlare di libri non solo i Serra, i Boine, i Borgese o i Contini, ma lo possa fare chiunque lo desideri. La letteratura e la critica possono trarre solo benefici dal confronto e dall’apprezzamento del diverso e dall’osservare le dinamiche di lettura e commento da parte di non specialisti.
Se la critica è forse un lavoro per professionisti, la lettura non lo è di certo e finalmente sempre più persone se ne stanno rendendo conto.

(Anche Arturo Robertazzi ha risposto, secondo un altro approccio, allo stesso articolo, consiglio vivamente la lettura anche della sua visione).

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